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ASPETTI STORICI E ARCHEOLOGICI
NEL MONTIFERRU

(4)

di Maria Giovanna Campus

Il periodo fenicio-punico


Sul finire del II e gli inizi del I millennio a.C. cominciarono a fare scalo sulle coste della Sardegna i Fenici. Lungo le rotte per l'Etruria, la Gallia e l'Iberia, dove questo popolo di audaci navigatori, avveduti mercanti ed abili artigiani si recava per approvvigionarsi di metalli, non poteva essere trascurata, in una navigazione, per quei tempi, di cabotaggio, l'opportunità di sosta che l'Isola costituiva.
L'accortezza che i Fenici avevano di stabilire e intrattenere rapporti pacifici con le popolazioni indigene, cui vendevano i prodotti del loro artigianato, fece sì che scali dapprima occasionali diventassero, col tempo, permanenti.
Il controllo del territorio circostante seguì, inevitabile per necessità economiche e demografìche, alla prima fase di consolidamento dei centri che erano sorti, ma allora altrettanto inevitabili dovettero anche essere la reazione e l'opposizione dei Protosardi, alimentate sicuramente anche dai Greci che, interessati per parte loro a colonizzare l'Isola, non potevano che contrastare l'affermarsi della leadership fenicia.
Nel contesto di belligeranza determinatosi trovano spiegazione i rifasci murari con cui vennero ulterioremente protette le fortezze nuragiche per renderle inespugnabili ai colpi dell'ariete, la nuova arma d'assedio introdotta dai Fenici.
Cartagine, la potente colonia che Tiro aveva fondato in Africa, futura antagonista di Roma nel dominio del Mediterraneo, difese nel corso di due guerre, tra il VI ed il IV a. C., gli interessi fenici in Sardegna.
Si collocano nel sec. VI a.C. i materiali restituiti dal pozzo nuragico di Nabatòu di Narbolia: sei statuette fìttili integre ed altre frammentarie lavorate al tornio, una placchetta di terracotta prodotta a stampo, recante una figura seduta in trono e vasellame punico.
Al V sec. a.C. riporta la muraglia (Sa Muralla) posta nell'abitato di Narbolia e che, raccordata ad un nuraghe complesso ristrutturato e riutilizzato, si sviluppa in linea retta per circa venti metri per piegare poi ad angolo retto: la posizione in un punto strategico, ai piedi dell'altopiano e nel punto in cui affluisce in piana un corso d'acqua, consente la ragionevole ipotesi che si tratti di una struttura militare a carattere difensivo.
CornusRiposte le armi, dopo che i Cartaginesi si ebbero assicurato il dominio di quelle parti dell'Isola, per loro di interesse economico, solo allora si andarono riannodando rapporti di pacifica convivenza con gli indigeni, che culminarono nella cosiddetta integrazione etnico-culturale sardo-punica i cui esiti, perdurati alla conquista e dominazione romana, si riscontrano ancora nella documentazione del sec. IV d.C.
Nei villaggi, in cui vennero adottate tecniche edilizie puniche e nei quali si rinvengono prodotti di artigianato punico che denotano l'acquisizione di espressioni artistiche protosarde, come in una stele basaltica di Milis che reca incisa la raffigurazione schematica di un volto, ritroviamo attesta-zioni dell'incontrarsi ed armonico amalgamarsi delle due culture.
La città di Cornus, per la quale disponiamo di dati certi a partire dalla seconda metà del sec. VI a.C., si estendeva sull'altipiano di Campu 'e Corra con acropoli sul colle di Corchinas, fra S'Archittu e Sa Turre e Su Puttu, e, intomo al V sec. a.C., venne protetta da una cinta muraria in blocchi di fonolite. Se ne conosce la necropoli nelle località contermini di Furrighesos, Fanne Massa e Mussuri: la componevano tombe a camera in cui si trovano loculi scavati nel pavimento e nicchie nelle pareti ed a cui si accedeva mediante un breve dromos con gradini risparmiati nella roccia, tombe a fossa con accurata risega per l'alloggio della lastra di chiusura, fosse cinerarie e domus dejanas riutilizzate. cornusLa città, definita dallo storico Tito Livio "caput eius regionis" e quindi da intendersi quale centro più importante nel Montiferru, fu sicuramente, per la fertilità dei suoli e l'abbondanza di buoni pascoli, un notevole centro agricolo, che si ritiene assolvesse anche funzioni di difesa contro le razzie degli indigeni dell'interno.
Nel 215 a.C. dovette essere il cuore della rivolta sardo-punica capeggiata da Ampsicora contro i Romani e da questi ultimi venne, poi, assoggettata alla consegna di ostaggi e alla corresponsione di una onerosa indennità di guerra.
Dei numerosi rinvenimenti di materiale archeologico nell'area della città, molti dei quali andati dispersi, ricordiamo quelli avvenuti sul colle di Corchinas, di ceramiche puniche dello scadere del VI sec. a.C.; quelli a vernice nera del V-IV sec. a.C. e, dalla località S'I
scala de su Carru, un ripostiglio di circa seicento monete recanti, per la maggior parte, sul dritto, la testa di Tanit rivolta a sinistra e, sul rovescio, tré spighe sormontate da disco e crescente lunare, la cui emissione è da porsi in tempi immediatamente precedenti alla conquista di Roma, quando, conclusa la prima guerra punica, Cartagine si trovò alle prese con i mercenari rivoltosi per la mancata corresponsione del soldo. Il ritrovamento di ripostigli di monete puniche è pure attestato per il territorio di Scano Montiferro, ritenuto probabile sede di una colonia cartaginese come spiegherebbe anche l'etimologia del nome:Scano, dal semitico Scan=luogo abitato.
Da Milis provengono, da ricerche di superfìcie, una moneta in bronzo da riferire ai primi decenni del IV sec. a.C., che reca sul dritto la testa della dea Tanit rivolta a sinistra e, sul rovescio, un cavallo rivolto a destra dietro cui sta un albero di palma; più tarde, datate al 216 a.C., e quindi immediatamente precedenti la grande rivolta antiromana, due monete recanti, sul dritto, la testa di Tanit rivolta a sinistra, e sul rovescio, un toro, rivolto a destra, e astro radiato.
Di età tardo-punica i reperti, vasellame a vernice nera, kernophoroi e monete, rinvenuti nel cortile ed in due torri aggiunte del complesso nuragico di Cobulas a Milis durante le campagne di scavo 1985-86.
A Cuglieri, in località Mura 'e Contone, venne in luce, attorno agli anni Sessanta, durante l'esecuzione di lavori agricoli di scasso, in prossimità di un nuraghe distrutto, una stipe votiva costituita per lo più da materiale fìttile frammentario, ad eccezione di una statuetta femminile cruciforme, ottenuta a stampo, da porsi intorno al sec. IV-III a.c.
L'onomastica e la toponomastica concorrono, con i resti di cui si è detto, pur nell'esiguità di quelli monumentali, a meglio precisare la presenza fenicio-punica nel territorio che si considera. Di chiara origine punica sono i nomi degli Uddadhaddar, dei ...[M]uthon e dei ...rarri riportati nei cippi di confine di età romana rinvenuti in agro di Cuglieri: prove, tra l'altro, di continuità culturale dal periodo punico a quello romano.
L'attuale Tresnuraghes, che ha avuto origine da insediamenti lungo la costa, ha verosimilmente conosciuto un approdo fenicio a Porto Alabe, in cui, la sorgente di Zia Polita, unica nella zona, in prossimità del mare a quota di 50 m, parrebbe spiegare il toponimo Alabe dal semitico ala=elevata e ber=sorgente.

 

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