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ASPETTI STORICI E ARCHEOLOGICI
NEL MONTIFERRU

(5)

di Maria Giovanna Campus

Il periodo romano

Dopo la prima guerra punica, nel 238 a.C., Roma approfitta delle difficoltà interne dell'acerrima nemica Cartagine per strapparle il dominio della Sardegna: nell'Isola è l'inizio del susseguirsi, per ben centoventisette armi, di accanite rivolte da parte delle popolazioni locali, alle quali i Romani rispondono con altrettante dure repressioni.
La celebrazione nel 111 a.C. dell'ultimo trionfo sui sardi, a seguito delle vittoriose imprese di Marco Cecilio Metello, segnò il definitivo assoggettamento dell'Isola alla dominazione romana.
Brocchetta di epoca romanaSotto Roma la Sardegna conobbe, forse con intensità maggiore che sotto Cartagine, lo sfruttamento agricolo e minerario del territorio, riscontrabile anche, per taluni insediamenti, nelle attestazioni di continuità di vita dal periodo punico a quello romano repubblicano.
Posti cronologicamente tra la fine del II-inizi del I sec. a.C. ed il I sec. d.C., i sei cippi di confine in trachite rossa provenienti da Cuglieri, dalle località contermini di Sisiddu (in prossimità di Foghe), Zorgìa 'e Cogu (ad est di Sisiddu), Su Nòmene Malu, Matta Tirìa e Baraggiònes e recanti memoria degli Euthiciani o Eutychiani, concessionari del latifondo, e dei confinanti Giddilitani o Ciddilitani, dei ... [M]uthon, dei ...rarri, degli Uddadhaddar, documentano l'organizzazione a latifondo sin dal periodo repubblicano, in una zona in cui, peraltro, si imponevano adeguate misure di controllo per il ruolo antiromano giocato in prima fila durante la rivolta guidato da Ampsicora.
Nelle ville, che la prospezione archeologica va sempre meglio individuando, ritroviamo espressioni di tale economia agricola latifondista: strutturate in maniera tale da consentire l'esecuzione di lavori agricoli e il deposito di attrezzi e derrate, non mancavano, in quanto residenza a volte stabile del proprietario o concessionario, di ambienti confortevoli, impianti termali compresi. Ruderi di ville sono attestati nelle località Salù di Scano Montiferro, Banzos di Santu Lussurgiu, Monte Entu e Su Anzu di Narbolia e a Sa Tanca su Anzu e Sisiddo di Cuglieri nel cui territorio, anzi, è stata localizzata, sulla base delle pur imprecise coordinate geografìche fornite da Tolomeo, la città romana di Gurulis Nova.
La villa di Sisiddo, i cui ruderi vennero scavati nel 1916 dal Taramelli, si componeva, forse, di ambienti su due piani come dimostrerebbero tracce di una scala. Un porticato, sul lato est dell'abitazione, fronteggiava tre ambienti a pianta rettangolare e altri tre vani erano situati, sempre al piano terra, sul lato occidentale in cui rimanevano parti della scala. Costruita in conci calcarei, accuratamente squadrati e lisciati, la villa aveva spesse murature di oltre mezzo metro.
Nella villa di Su Anzu di Narbolia, in mancanza di uno scavo archeologico che ne consentirebbe un compiuto rilevamento planimetrico, son ben documentabili gli ambienti termali. Su di una modesta superfìcie di circa 180 metri quadrati si riconoscono un ingresso, un frigidarium con vasca absidata nella parete di fondo e in cui si accedeva mediante gradini, un vano per la distribuzione dell'acqua, tré ambienti caldi, uno dei quali di pianta semicircolare con volta decorata a stucchi. Marmi tappezzavano le pareti degli ambienti e il pavimento del frigidarium era ricoperto da un mosaico policromo.
Una struttura separata da questi ambienti, dai quali distava circa venti metri, era plausibilmente pertinente all'impianto della villa. Il materiale archeologico raccolto in superfìcie si colloca tra la seconda metà del I sec. d.C. ed il VI sec. d.C.
Ruderi di ambienti termali sono stati pure individuati, ancora in territorio di Narbolia, a Sant'Andrea, mentre i resti di Monte Entu parrebbero pertinenti all'impianto rustico della villa.
Numerosi altri resti e ritrovamenti concorrono ad arricchire, seppur non completandolo, il quadro della romanizzazione del Montiferru.

Fra le esigue testimonianze di età repubblicana, III-I sec. a.C., si collocano: un villaggio in località Milis Pizzinnu di Milis; nello stesso territorio, dalle campagne di scavo condotte nel complesso nuragico del Cobulas, un asse unciale, raffigurante sul dritto la testa di Giano e sul rovescio una prua di nave; un denario datato ante 123 a.C. (raffigurante, sul dritto, la testa elmata di Roma e, sul rovescio, Apollo su quadriga con un ramo nella mano destra e arco e frecce in quella sinistra) cui si aggiungono le più antiche testimonianze provenienti dalla necropoli cornense di Sa Fossighedda e Angrone e quelle relative al riutilizzo della domu II di Serrugiu a Cuglieri.
Accanto alla riutilizzazione delle domus de janas, documentata pure a Santu Lussurgiu nella necropoli di Mazziscula e ancora, a Cuglieri, in quella di Fanne MassaMussuri, assistiamo al sovrapporsi della presenza romana, in età imperiale, negli insediamenti nuragici di Porcargios di Santu Lussurgiu, Abbàdigu, Sulù e Donnigheddu di Scano Montiferro, nei nuraghi Scala e Coa Perdosa di Seneghe, nuraghe Nani di Tresnuraghes e San Giorgio di Cuglieri nel quale ultimo, anzi, la frequentazione proseguì in età bizantina come da richiamo al menologio greco del toponimo; il riutilizzo delle tombe di giganti è pure provato per quella detta Sas Presones, di Cuglieri, da cui proviene un piattino in terra sigillata, e per quella di Bingiola, di Bonàrcado, che restituì vasellame e monete imperiali. Statuette fìttili femminili, raffiguranti forse Cerere, e monete imperiali furono rinvenute dall'Angius in un pozzo scavato in una camera del nuraghe Tunis di Narbolia. Risale al 1967 il recupero nei fondali prospicenti Punta Foghe, a Tresnuraghes, di un'ancora romana di piombo, attualmente conservata al Museo Archeologico Nazionale di Sassari.
Pertinenti ad età imperiale, IVsec. d.C., i ritrovamenti, nel 1987, di monete nella chiesa di San Sebastiano a Milis.
A Bonàrcado, lavori, pur'essi recenti, di sistemazione del parco annesso alla Basilica di Nostra Signora di Bonacatu, hanno rivelato la presenza di un villaggio romano, non meglio indagato, sviluppatosi su un preesistente insediamento nuragico, mentre la demolizione del pavimento nel piccolo Santuario ha messo in luce la pavimentazione romana, con disegno "a coda di salmone", pertinente ad una struttura che si ritiene, per l'accurata esecuzione del reperto, di rilievo storico ed artistico e che si ascrive al 400 d.C.
Campagne di scavo, condotte tra il 1989 ed il 1990, in un'area esterna del complesso nuragico Cobulas di Milis, hanno posto in luce due capanne, una a pianta curvilinea e l'altra a pianta subrettangolare. I rinvenimenti nel vano meridionale della seconda capanna hanno consentito di individuare fasi di vita poste a cavallo tra il periodo romano imperiale occidentale e quello bizantino orientale.


Il recente riesame della lapide funeraria, rinvenuta nel 1624 a Cuglieri in località Su Tonòdiu, e ritenuta per lungo tempo un falso documento a causa dell'arbitrarietà delle trascrizioni che vennero fatte dell'epigrafe, ha consentito, per un verso, di dimostrarne l'autenticità, dovendosi trascrivere come segue il testo dell'iscrizione:

HIC REQUESCET FA
MVLA DI INBENIA
M.IANV RII D III
MIGRAVIT A SEC
VIVAT IN DNO
AMEN


e leggere: "hic req(ui)escet fa/mula D (e) i Inbenia/m (ensis) ianuarìi d (ie) III/ migravit a s (a) ec (ulo)/vivat in D (omi) no/ Amen" e per cui l'epigrafe segnala il luogo di deposizione di Inbenia detta "famula dei", fedele a Dio, morta il terzo giorno del mese di gennaio, ed esprime per lei l'augurio di vita eterna nel Signore; per altro verso l'epigrafe fornisce occasione di riflessione sul luogo di rinvenimento, il colle di Su Tonòdiu, e valli circostanti, in cui l'indagine archeologica di superfìcie ha individuato le tracce (resti di vasellame, fìttile e in vetro, frammenti di tegoloni, ecc.) di una intensa romanizzazione che, sulla base della datazione proposta per l'iscrizione, si è certamente protratta sino al V-VI sec. d.C.

Dall'acropoli di Corchinas, la città di Cornus si estendeva sull'altipiano di Campu 'e Corra, in cui si trovavano il foro ed altri edifìci pubblici; dell'acquedotto, alimentato dalle sorgenti situate alle pendici del Montiferru, sono state individuate tracce a Corchinas e Campu 'e Corra; di altri edifìci si scorgono indistinte rovine a Lenàghe e Sant'Elena, mentre ad Angrone e Sa Fossighedda, prospiciente il mare, era situata la necropoli.
La riflesione sui resti rende ragionevole ipotizzare che Cornus, oltre ad essere un importante centro agricolo, fondasse la sua economia anche sui commerci e sull'artigianato; di intensi traffici commerciali con l'Africa sono prove sicure le numerose lucerne di fabbricazione africana che si ritrovano nell'area della città.
Della strada litoranea occidentale che toccava Cornus, collegandola a Bosa e Tharros, si conservano tracce in prossimità di Pischinappiu, il rudere di un ponte sul rio Ozzana e tratti della massicciata in regione Sàdala di Cuglieri, "su caminu usincu".





 

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