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ASPETTI STORICI E ARCHEOLOGICI
NEL MONTIFERRU

(7)

di Maria Giovanna Campus

La presenza dei monaci nel periodo bizantino e giudicale

Dopo quasi ottant'anni di dominazione vandalica, la Sardegna, nel 534, tornò, per effetto di una campagna militare decisa dall'Imperatore d'Oriente Giustiniano, in seno alla romanità. Se è vero che la dominazione bizantina, che da quel momento ebbe inizio, dissanguò l'isola, di per sé povera, con gravose imposizioni fiscali, è cionondimeno vero che rappresentò, grazie soprattutto alla presenza ed all'attività dei monaci orientali che vi si stabilirono, una preziosa continuità del legame con la cultura e la civiltà di matrice greco-latina.
I monaci, osservanti la Regola di San Basilio, si insediarono in Sardegna fino al sec. XI in maniera pressoché capillare, fino a raggiungere le località più remote dell'attuale Barbagia come denotano frequenti toponimi. Diventati, anche grazie a donazioni, proprietari di vaste estensioni di terra, le sapevano rendere altamente produttive con l'applicazione di ottimali tecniche agricole che diffondevano tra la gente, in mezzo alla quale vivevano, pur praticando la contemplazione, e di cui alleviavano le sofferenze di una esistenza desolatamente grama con carità e conforto cristiani.
Non meraviglia, pertanto, se gli abitanti della Sardegna, più che nelle istituzioni imperiali, di cui sperimentarono soprattutto la rapacità dei funzionari, ebbero validi punti di riferimento nei monaci e si strinsero attorno ai loro monasteri. Il piccolo santuario di Bonacattu in Bonàrcado ebbe la sua origine ad opera di monaci bizantini che lo dedicarono a San Giorgio.
Moduli architettonici tardo-romani e paleocristiani, individuabili all'intemo del santuario nelle murature a conci poligonali e mattoni, nella cupola impostata su archi pensili e nel corpo centrale, di evidente filiazione dai martyria cristiani, avevano finora orientato per una datazione al VII sec. d.C. Sul santuario vennero apportate le prime modifiche in epoca giudicale, quando, come attesta l'epigrafe sovrastante la porta d'ingresso, venne "Consacrata nel 1263 da Torchitorio II vescovo arborense, al tempo del priore Guidone"; restauri successivi ne hanno modificato l'aspetto originario.
Nel corso di recenti lavori di restauro e valorizzazione dell'intero complesso religioso di Bonàrcado (santuario e basilica), finanziati dalla Regione Autonoma della Sardegna e diretti dalle due Soprintendenze, la demolizione del pavimento del santuario ha posto in luce una sottostante pavimentazione romana datata al 400 d.C. Nell'ambito di tali lavori è stata riportata in luce l'abside della chiesa che ebbe quasi certamente pianta a croce greca.

I giudicati

Il ripetuto verifìcarsi, intorno all'VIII secolo, di scorrerie musulmane nel Mediterraneo, determinò un progressivo allentamento nei rapporti fra Bisanzio e la Sardegna che cessarono del tutto dopo l'827, con l'occupazione della Sicilia da parte degli Arabi, cosicché l'isola si trovò a dover fronteggiare le temute incursioni, organizzando da sé la propria difesa.
In tale frangente pare che, dapprima, il dux provvedesse al reclutamento di forze straordinarie fra i proprietari di terre e che, successivamente, lo iudex provinciae, assurto a massima autorità, abbia suddiviso il territorio in merèie o partes, affidandone il governo civile e militare ai suoi luogotenenti, lociservatores: fu da questo contesto che, intorno alla metà del sec. IX, nacquero i quattro Giudicati di Calaris, Torres, Gallura e Arborea.
Il Giudicato di Torres o del Logudoro era diviso in diciannove curatorie: quella del Montiferru o Montiverro ebbe Cuglieri come capoluogo, e comprendeva, oltre quel territorio, quelli degli attuali Santu Lussurgiu, Scano Montiferro e Sennariolo. Si ritiene che sia stata la villa di Verro, che si stendeva ai piedi di Casteddu Ezzu, a dare il nome alla Curatoria il cui toponimo sarebbe da spiegare, più precisamente, come "monte" del "verro" ossia del "cinghiale".
Sulla cima di Casteddu Etzu, intorno al 1186 Ittocorre fece costruire un castello a sentinella con i confini dell'Arborea e lo consegnò in testamento al fratello giudice, Barisone II: "....fetisit su casteddu de Monte Ferru e desilu a su frade, ziò est a juigue Barizoni, et morisit". Nel XIII secolo la Curatoria ed il castello del Montiferro, con altre curatorie e castelli logudoresi, furono annessi da Mariano II, con riconoscimento pontifìcio, all'Arborea. Il castello, dato in pegno dal giudice Ugone al rè d'Aragona, rimase in possesso dei d'Arborea fìno alla morte di Eleonora e divenne feudo nel 1500, col villaggio di Cuglieri, prima di Guglielmo di Montagnana poi di Raimondo Zatrillas.
I ruderi del castello, poche ali di muro, sono stati recentemente restaurati a cura della competente Soprintendenza ai B.A.A.A.S. con finanziamento della Regione Sarda.
Il territorio dell'attuale Tresnuraghes, compreso anch'esso nel Giudicato di Torres, faceva parte della Curatoria della Planargia o di Frussia (o Serraval, come venne chiamata da ultimo) insieme ai territori degli odierni Bosa, Flussio, Magomadas, Modolo, Montresta, Sagama, Sindia, Suni e Tinnura.
Milis, nel Giudicato di Arborea, era capoluogo dell'omonima Curatoria o parte, che comprendeva anche Bonàrcado, Narbolia e Seneghe insieme a San Vero Milis, Bauladu e Tramatza.
Quando nel 1015 Mugiahid al-Amiri (noto Museto), principe di Denia in Spagna e delle Baleari, tentò la conquista dell'Isola col proposito di servirsene come base per l'assalto al continente italiano, il pericolo fu stroncato dal sopraggiungere di forze cristiane, pisane e genovesi, in aiuto a quelle giudicali.
I rapporti che da allora i Giudicati sardi andarono intessendo con le due potenti repubbliche marinare, che tanta parte ebbero nei successivi sviluppi della storia isolana, segnarono anche un'importante apertura verso il continente italiano, favorita anche dalla Chiesa, preoccupata di riguadagnare la Sardegna al rito latino e non aliena, al contempo, da mire di controllo politico. Sta di fatto che nella seconda metà del secolo XI la Sardegna riannodò duraturi rapporti col mondo occidentale e ancora fu il monachesimo, questa volta di rito latino, un determinante veicolo di cultura fra le popolazioni locali.
Sin dal 1063, il giudice logudorese Barisone I invitava ripetutamente l'abate Desiderio di Montecassino a fondare nel suo Giudicato un monastero di Benedettini. Abbiamo notizia di un monastero di quell'ordine nel territorio di Tresnuraghes, in località Monte Sirone.
Poiché obiettivo costante di tutti i giudici fu quello di creare condizioni di benessere per i propri sudditi, essi favorirono la venuta nell'Isola, oltre che dei Benedettini, anche dei Camaldolesi, Vallombrosiani, Cistercensi.
Senz 'altro informata allo stesso principio dovette essere la donazione che, il 30 aprile del 1105, il giudice di Torres Costantino I de Lacon e la moglie Marcusa de Gunale fecero, ai Camaldolesi, della chiesa di San Pietro in Scano. Più precisamente, dall'atto di donazione, conservato in originale nell'Archivio di Stato di Firenze, si
apprende che Costantino e la moglie Marcusa, alla presenza di numerosi testimoni, donarono a San Salvatore di Camaldoli la chiesa di San Pietro con gli uomini, che da essa dipendevano e tutti i beni pertinenti, concedendo inoltre il diritto di pesca nel tratto del fiume Temo, di fronte alla chiesa di Sant'Antonio, in cui vi era un monastero camaldolese. Un atto successivo, integrativo della suddetta donazione, specificava che i beni donati includevano, oltre ad un numero imprecisato di servitori, anche mille pecore, cinquanta maiali e trenta mucche.
Lo stesso giudice Costantino de Lacon, che nei primi decenni del secolo XII regnò pure sull'Arborea, concesse ai monaci camaldolesi una preesistente chiesetta a Bonarcado in cui sorse la basilica con il monastero.
La donazione più generosa fatta ai Camaldolesi di Bonàrcado, provenienti dal monastero di San Zenone di Pisa, fu certamente quella del giudice arborense Barisone, nel 1146, in occasione della consacrazione della nuova chiesa di Nostra Signora: coram populo, presenti anche l'arcivescovo di Pisa e gli altri giudici, Barisone concesse ai Camaldolesi i salti di Pietro Pertusa, in agro di Bonàrcado e di Anglona, tra Milis e Paulilàtino: finalità primaria di tanta liberalità era sempre quella di valorizzare, rendendola produttiva, quella vasta estensione di terra.
Nelle chiese che i monaci restaurarono o costruirono ex novo in stile romanico, con
influenze gotiche in quelle risalenti alla fine del 1200-inizi del 1300, ritroviamo significative testimonianze dell'epoca e vi cogliamo elementi della nuova temperie culturale che investì l'Isola.
La chiesa di Santa Maria di Bonàrcado, cui era annesso, come detto, il monastero camaldolese fìliato dall'abbazia di San Zenone di Pisa, risulta dalla giustapposizione di due distinti corpi di fabbrica. Al 1146 risale quello anteriore, ad esso si aggiunse, tra il 1242 e il 1268, il corpo a tré navate.
Edificata in stile romanico, questa chiesa denota, in taluni elementi decorativi, l'influsso di maestranze arabe che operavano nell'Isola.
La chiesa romanico-pisana di San Paolo di Milis conobbe il principio dei lavori, affidati alle stesse maestranze che avevano lavorato in quegli anni anche a Santa Giusta, attorno al 1140-1150. Sospesi i lavori per ragioni che ci sfuggono, la chiesa venne poi completata tra il 1220 ed il 1225.
Anche la chiesa romanico-gotica di San Leonardo di Siete Fuentes, nel territorio di Santu Lussurgiu, venne eretta in due tempi: su una modesta chiesa romanica, edificata attorno al 1140-1150, resti della quale sono tuttora visibili nella parte inferiore della facciata ed in una fiancata, intervenne tra il 1300 ed il 1325 un ampliamento da cui derivò la nota asimmetria del prospetto, diviso in due parti diseguali dalla lesena che marca l'aggiunzione. La chiesa appartenne all'ordine dei Gerosolimitani di San Giovanni di Gerusalemme che, a Siete Fuentes, costruirono anche due ospedali.
Nel 1295 Guelfo della Gherardesca, figlio del conte Ugolino ricordato nell'Inferno dantesco, assediato in Iglesias dai Pisani e ferito nell'inutile tentativo di rifugiarsi nel castello di Acquafredda, morì proprio nel villaggio di Siete Fùentes.
La località è citata nel trattato di pace stipulato il 24 gennaio 1388 tra Giovanni d'Aragona ed Eleonora d'Arborea.

 

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